PERCHE' VOTARE SI AL REFERENDUM NO TRIV

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PERCHE' VOTARE SI AL REFERENDUM NO TRIV

Messaggio #1 da serastrof » 13/04/2016, 8:42

APPELLO DEL COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV

DIFENDI IL TUO MARE!
AL REFERENDUM DEL 17 APRILE 2016 VOTA “SÌ”!

*****
Il referendum del 17 aprile 2016
Il prossimo 17 aprile si terrà un referendum popolare. Si tratta di un referendum
abrogativo, e cioè di uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che la Costituzione
italiana prevede per richiedere la cancellazione, in tutto o in parte, di una legge dello
Stato.
Perché la proposta soggetta a referendum sia approvata occorre che vada a votare
almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto e che la maggioranza dei votanti si
esprima con un “Sì”.
Hanno diritto di votare al referendum tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto la
maggiore età. Votando “Sì” i cittadini avranno la possibilità di cancellare la norma
sottoposta a referendum.
Dove si voterà?
Si voterà in tutta Italia e non solo nelle Regioni che hanno promosso il referendum.
Al referendum potranno votare anche gli italiani residenti all’estero.
Quando si voterà?
Sarà possibile votare per il referendum soltanto nella giornata di domenica 17 aprile.
Cosa si chiede esattamente con il referendum del 17 aprile 2016?
Con il referendum del 17 aprile si chiede di cancellare la norma che consente alle società
petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste
italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più
richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le
ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa.
Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere
occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno
progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento
del rilascio delle concessioni.
Qual è il testo del quesito?
Il testo del quesito è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo
periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come
sostituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per
la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”,
limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto
degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».
È possibile che, qualora il referendum raggiunga la maggioranza dei “Sì”, il risultato
venga poi “tradito”?
A seguito di un esito positivo del referendum, la cancellazione della norma che al
momento consente di estrarre gas e petrolio senza limiti di tempo sarebbe
immediatamente operativa.
L’obiettivo del referendum è chiaro e mira a far sì che il divieto di estrazione entro le
12 miglia marine sia assoluto. Come la Corte costituzionale ha più volte precisato, il
Parlamento non può successivamente modificare il risultato che si è avuto con il
referendum, altrimenti lederebbe la volontà popolare espressa attraverso la consultazione
referendaria.
Qualora però non si raggiungesse il quorum previsto perché il referendum sia valido (50%
più uno degli aventi diritto al voto), il Parlamento potrebbe fare ciò che vuole: anche
mettere in discussione la zona off limits.
È vero che se vincesse il “Sì” si perderebbero moltissimi posti di lavoro?
Un’eventuale vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. Un
esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo
progressivamente, alla naturale scadenza, ogni attività petrolifera in corso.
Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati alle
urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di
trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo
sapeva al momento del rilascio della concessione.
Oggi, di fatto, non è più così: se una società petrolifera ha ottenuto una concessione
nel 1996 può – in virtù di quella norma – estrarre fino a quando lo desideri.
Se, invece, al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una
concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni, ancora e basta, e cioè fino al
2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per
sempre.
L’Italia dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dall’estero. Non
sarebbe opportuno, al contrario, investire nella ricerca degli idrocarburi e
incrementare l’estrazione di gas e petrolio?
L'aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo
direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale.
Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in
concessione a società private – per lo più straniere – la possibilità di sfruttare i giacimenti
esistenti. Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che
viene estratto e possono disporne come meglio credano.
Allo Stato esse sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore
della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto.
Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty.
Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000
tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno e godono
di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo.
Nell’ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati
alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro.
Il rilancio delle attività petrolifere non costituisce un’occasione di crescita per
l’Italia?
Secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve
certe e a fronte dei consumi annui nel nostro Paese, anche qualora le estrazioni petrolifere
e di gas fossero collegate al fabbisogno energetico nazionale, le risorse rinvenute
sarebbero comunque esigue e del tutto insufficienti. Considerando tutto il petrolio presente
sotto il mare italiano, questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale
di greggio per 7 settimane. Le riserve di gas per appena 6 mesi. Le ricchezze dell’Italia
sono altre:
Il turismo. Si stima che le presenze complessive nelle destinazioni marine italiane siano
state circa 253 milioni nel corso del 2013, con un impatto economico stimato in oltre 19
miliardi e 149 milioni di euro. Importante sottolineare infine come secondo il rapporto
“Impresa Turismo 2013” (Unioncamere, 2013) il patrimonio naturalistico delle nostre
destinazioni balneari è la prima motivazione di visita per i turisti stranieri.
La pesca, che si esercita lungo i 7.456 km di costa entro le 12 miglia marine, produce
circa il 15% del PIL marittimo e dà lavoro a circa 60.000 persone (dati ISFOL).
Il patrimonio culturale che vale 5,4% del PIL e che dà lavoro a circa 1,5 milioni di
persone (dati Federculture), con un fatturato annuo di circa 40 miliardi di euro.
Il comparto agroalimentare che vale l’8,7% del PIL, dà lavoro a 3 milioni e 300.000
persone con un fatturato annuo di 119 miliardi di euro e che nel solo 2014 ha conosciuto
l’esportazione di prodotti per un fatturato di circa 34,4 miliardi di euro (dati Nomisma).
E soprattutto la piccola e media impresa, che conta circa 4,2 milioni di piccole e medie
“industrie” (e, cioè, il 99,8% del totale delle industrie italiane), e che costituisce il vero
motore dell’intero sistema economico nazionale: tali imprese assorbono l'81,7% del totale
dei lavoratori del nostro Paese, generano il 58,5% del valore delle esportazioni e
contribuiscono al 70,8% del PIL. Il solo comparto manifatturiero, che conta circa 530.000
aziende, occupa circa 4,8 milioni di addetti, fattura 230 miliardi di euro l’anno, equivalente
al 13% del PIL nazionale, e contribuisce al totale delle esportazioni del Made in Italy nella
misura del 53,6% (dati Confapi).
Però gli italiani utilizzano sempre di più la macchina per spostarsi. Non è un
controsenso?
Ciò che si estrae in Italia non è necessariamente destinato alla produzione del carburante
per le autovetture e ancor meno per quelle in circolazione nel nostro Paese. Tuttavia gli
elevati consumi di petrolio nel settore dei trasporti potrebbero essere notevolmente
diminuiti con una seria politica di mobilità sostenibile per le persone e per le merci nelle
aree urbane, ma non solo. Secondo l’Unione europea, rispetto agli altri Stati membri, al
riguardo l’Italia è agli ultimi posti.
Cosa ci si attende?
Il voto referendario è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta a disposizione degli
italiani ed è giusto che i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi anche sul futuro
energetico del nostro Paese.
Nel dicembre del 2015 l’Italia ha partecipato alla Conferenza ONU sui cambiamenti
climatici tenutasi a Parigi, impegnandosi, assieme ad altri 194 Paesi, a contenere il
riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi e a seguire la strada della
decarbonizzazione.
Fermare le trivellazioni in mare è in linea con gli impegni presi a Parigi e contribuirà al
raggiungimento di quell’obiettivo.
È necessario, nel frattempo, affrontare il problema della transizione energetica, puntando
anche sul risparmio e sull’efficienza energetica e investendo da subito nel settore
delle energie rinnovabili, che potrà generare progressivamente migliaia di nuovi
posti di lavoro.
Il tempo delle fonti fossili è scaduto: è ora di aprire ad un modello economico alternativo.
Perché questo referendum?
Per tutelare i mari italiani, anzitutto. Il mare ricopre il 71% della superficie del Pianeta e
svolge un ruolo fondamentale per la vita dell’uomo sulla terra. Con la sua enorme
moltitudine di esseri viventi vegetali e animali – dal fitoplancton alle grandi balene –
produce, se in buona salute, il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe fino ad 1/3
delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche.
La ricerca e l’estrazione di idrocarburi ha un notevole impatto sulla vita del mare. Le
attività di routine delle piattaforme possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti
e pericolose nell’ecosistema marino, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri
viventi, come dimostrano i dati del ministero dell’Ambiente relativi ai controlli eseguiti nei
pressi delle piattaforme in attività oggi nel mare italiano.
Anche la ricerca del gas e del petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria
compressa), incide, in particolar modo, sulla fauna marina: le emissioni acustiche dovute
all’utilizzo di tale tecnica possono elevare il livello di stress dei mammiferi marini,
modificare il loro comportamento e indebolire il loro sistema immunitario. Possono
provocare inoltre danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini – cetacei, tartarughe,
pesci, molluschi e crostacei – e alterare la catena trofica.
Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di
piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo. Un eventuale
incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte
di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità
della vita e con gravi ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca.

Guardare all'Infinito, agire nel Finito
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Re: PERCHE' VOTARE SI AL REFERENDUM NO TRIV

Messaggio #2 da Stefano De C. » 13/04/2016, 22:40

Non è la sede per fare dibattiti politici, ma è un quesito molto tecnico la cui indicenza è piuttosto scarsa.
La maggioranza dei giacimenti è di gas e non di petrolio, poi se non lo prendiamo noi lo prendono i paesi vicini.
Siamo un paese non molto esteso (la metà della Spagna), e abbastanza popoloso, ciò rende dipendenti in tema di energia e non solo, dall'estero.
Comunque finora gli idrocarburi estratti coprono il 10% del fabbisogno italiano, e non è poco.
Deciderò se e come votare all'ultimo penso

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Re: PERCHE' VOTARE SI AL REFERENDUM NO TRIV

Messaggio #3 da serastrof » 14/04/2016, 2:58

Siamo in off-topic, con civiltà ed educazione, perché no?

Il quesito in realtà non é giuridicamente tecnico. Essendo un articolo di legge, non é un testo da fumetto. Ma in pratica é lineare, trasparente e brevissimo, rispetto a molte altre quotdiane azzeccagarbugliate bizantine.

Dice una cosa sola: vuoi abrogare il pezzettino di testo normativo introdotto con una delle tante e rituali Leggi di Stabilità (il cd "Sblocca Italia", alias Crolla Italia), che ha esteso a vita le concessioni minerarie estrattive entro 12 miglia dalla costa? Allora rispondi: SI.

Se vuoi mantenere il rischio di incidenti tipo Golfo, attentati, piloti che ci si vanno a schiantare per suicidarsi, barchini di pasdaran kamikaze, incendi ed esplosioni, inquinamento del mare (anche e soprattutto per le attività quotidiane, residui oleosi ce ne sono ogni giorno in un impianto industriale petrolifero, in uno spazio limitato dove finiscono, soprattutto col maltempo?), rispondi: NO.
Se vuoi che per decine anni si debba restare lontani dalle zone inquinate dalle Exxon Valdez di passaggio, se pensi che saremo in grado di permetterci miliardi di euro per cd "risanamento ambientale" a fronte dei brindisi durante la scossa dell'Aquila....
Se vuoi distruggere quel poco di turismo e di pesca che a fatica resiste...
Se vuoi che il mare sia colonia a vita degli affari altrui, scegli NO.
Se vuoi confermare l'energia fossile al posto delle pale eoliche, dell'efficientamento energetico e delle rinnovabili nel Paese do' Sole, se non vuoi cambiare energia mentre l'energia cambia, scegli NO.


Se vai qui trovi spiegazioni facili e semplici: http://www.notriv.com/materiali/



Scarica questo file (é pulito e leggerissimo):

DIFENDI-IL-TUO-MARE-AL-REFERENDUM-DEL-17-APRILE-VOTA-SI

Al suo interno c'é anche il quesito di domenica prossima:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».


Tutto qui.


Cosa si chiede esattamente con il referendum del 17 aprile 2016?
Con il referendum del 17 aprile si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa.
Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni.

Perché questo referendum?
Per tutelare i mari italiani, anzitutto. Il mare ricopre il 71% della superficie del Pianeta e svolge un ruolo fondamentale per la vita dell’uomo sulla terra. Con la sua enorme moltitudine di esseri viventi vegetali e animali – dal fitoplancton alle grandi balene – produce, se in buona salute, il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe fino ad 1/3 delle emissioni di anidride carbonica prodotta dalle attività antropiche.
La ricerca e l’estrazione di idrocarburi ha un notevole impatto sulla vita del mare. Le attività di routine delle piattaforme possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi, come dimostrano i dati del ministero dell’Ambiente relativi ai controlli eseguiti nei pressi delle piattaforme in attività oggi nel mare italiano.
Anche la ricerca del gas e del petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), incide, in particolar modo, sulla fauna marina: le emissioni acustiche dovute all’utilizzo di tale tecnica possono elevare il livello di stress dei mammiferi marini, modificare il loro comportamento e indebolire il loro sistema immunitario. Possono provocare inoltre danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini – cetacei, tartarughe, pesci, molluschi e crostacei – e alterare la catena trofica.
Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo. Un eventuale incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità della vita e con gravi ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca.


L’Italia dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dall’estero. Non sarebbe opportuno, al contrario, investire nella ricerca degli idrocarburi e incrementare l’estrazione di gas e petrolio?
L'aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale.
Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società private – per lo più straniere – la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti. Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano.
Allo Stato esse sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto.
Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty.

Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno e godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo.
Nell’ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro.


È vero che se vincesse il “Sì” si perderebbero moltissimi posti di lavoro?
Un’eventuale vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, alla naturale scadenza, ogni attività petrolifera in corso.
Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione.
Oggi, di fatto, non è più così: se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può – in virtù di quella norma – estrarre fino a quando lo desideri.
Se, invece, al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni, ancora e basta, e cioè fino al 2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre.
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Re: PERCHE' VOTARE SI AL REFERENDUM NO TRIV

Messaggio #4 da Stefano De C. » 15/04/2016, 23:28

Non so, mi sembra però che la fai un po' troppo tragica, le trivelle nel mediterraneo ci sono sempre state, molte estraggono metano e non greggio.
Poi il fatto che ci siano le trivelle non esclude che si debba investire di più sulle rinnovabili (il fotovoltaico comunque, copre l'8% del fabbisogno ormai, e non è affatto poco).
Ci sono 2 paesi che sono quasi no oil, Uruguay e Islanda, ma parliamo di 2 casi molto particolari, abitata da poca popolazione (l'Islanda ha la popolazione di una provincia italiana ed è grande come il N Italia, la sua fonte energetica e l'energhia geotermica come è noto), l'Uruguay è un caso recente, ora vende anche all'Argentina energia prodotta con l'eolico e anche il solare, ma anche questo è un caso non esportabile nei paesi europei, è grande mezza Italia e ha meno della popolazione di Roma, condizioni ambientali favorevoli.
Poi ricordo ancora, che il nimby ha osteggiato an che le pale eoliche e i pannelli solari, bloccando anche alcuni progetti.
Inoltre, posti di lavoro se ne perdono eccome, c'è un indotto di 7-8 mila lavoratori.
Quindi, di che stiamo a parlare?
Non è un referendum sulle rinnovabili

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Re: PERCHE' VOTARE SI AL REFERENDUM NO TRIV

Messaggio #5 da serastrof » 16/04/2016, 2:23

Quello che ho pubblicato é parte di un documento ufficiale del Comitato Promotore del referendum, in cui i promotori spiegano i motivi per cui si dovrebbe votare SI.

Non vi é nulla di tragico in quel testo, semmai argomenti semplici, lucidi e razionali. Chi la fa davvero tragica, invece, é proprio il Capo di Governo, che ricatta la democrazia ed il Popolo col ricatto occupazionale. Il che é semplicemente rivoltante, in quanto non dovrebbe permettersi di abusare del suo potere e del suo ruolo per scatenare una vigliacca aggressione all'ultimo barlume di democrazia rimasta in questo fottutissimo paese di mafiosi di Stato e ladri di Stato!

Ciò che si é verificato in questi giorni é semplicemente rivoltante. Hanno una paura fottuta del referendum, hanno paura che la gente vada a votare perché hanno in odio il fatto stesso che la gente possa esprimere la propria volontà. Il che gl'impedirebbe di continuare a creare i loro sporchi giochi di palazzo e d'affari miliardari.
Ma dico, stiamo passando da uno scandalo ad un altro, da un disastro politicoeconomico ad un altro, senza che nemmeno si fermino 5 minuti dal proseguire ad arraffare quel che resta delle casse pubbliche, a svendere il patrimonio acquistato col sacrificio di milioni di pensionati e lavoratori dipendenti, a portarsi fantastiliardi a Panama, e ci vengono pure a rompere i maroni se una volta, una sola volta gli si dice no, questo proprio non te lo lasciamo fare? Hanno fatto merda dell'acqua pubblica, si sono presi e mangiati fino all'ultimo pezzo di industria nazionale, di televisioni pubbliche, di ospedali scuole università, case ed ospizi, ora si stanno divorando Cassa Depositi e Prestiti (che significa i risparmi postali di pensionati e lavoratori dipendenti, sempre loro....) per "salvare" il culo ed il portafogli di banchieri spregiudicati ed industriali avidi e zozzoni, e si dovrebbe continuare a lasciarli scavare per portare all'estero la parte preziosa, ed a noi lasciare solo sporcizia ed inquinamento?

I Poteri Costituiti si sono coalizzati in maniera fasciomassona ed eversiva contro la possibilità che la gente possa dirgli di no! Stiamo assistendo ad un vero e proprio golpe, un attacco inaudito alla forma sociale repubblicana. Certi personaggi sono divenuti pericolosi per se e per gli altri, andrebbero rimossi e carcerati il più presto possibile! E' evidente che hanno scatenato una vera e propria guerra di classe (oltre la guerra vera e propria, permanente, mondiale e mondializzata, dei pochi contro le moltitudini sterminate degli affamati senza terra e senza prospettiva se non la morte.....), la guerra della classe dominante aristocratica e poligarchica nei confronti della democrazia. Hanno abolito l'elettività del Senato ma si sono tenuti l'immunità per continuare a grassare e rubare, questo non é forse veramente tragico? Hanno dimezzato il Potere Legislativo, per renderlo subordinato a quello Esecutivo, non é forse ben più tragico questo?


IL REFERENDUM NON CHIUDE LE PIATTAFORME GIA' ESISTENTI, PERCHE' LE CONCESSIONI APPUNTO CONCESSE NEL 1996 ERANO IN ORIGINE DI DURATA TRENTENNALE.
IL GOVERNO LE HA ESTESE A VITA, regalando non solo territorio nazionale a dei singoli soggetti privati extranazionali, ma anche ulteriore sfruttamento indiscriminato di risorse fossili a chi ha già distrutto il pianeta.

IL QUESITO REFERENDARIO CHIEDE DI ABROGARE ESCLUSIVAMENTE LA DURATA A VITA DELLA CONCESSIONE, MA NON ABOLISCE AFFATTO ALCUNA CONCESSIONE TRENTENNALE. Se vince il SI, le concessioni in essere restano, ma ritornano valide per (soli) 30 anni dal 1996, quindi le piattaforme, i cui investimenti sono stati considerati per coprire un arco di tempo massimo di trentanni, continueranno ad estrarre come previsto, fino al 2026.

La vittoria del SI nel referendum inoltre, comporterà il'impossibilità di nuove concessione entro 12 miglia (oltre le 12 miglia, le concessioni sono e resteranno concedibili, e scusate il gioco di parole).

NESSUNO PERDERA' IL POSTO DI LAVORO. NON PER IL REFERENDUM, SEMMAI SARA' UNA SCUSA PER COPRIRE ALTRI MOTIVI. Inoltre gli occupati veri, fra piattaforme in essere ed indotto, in realtà sono poco meno di 4000 unità, amministrativi compresi. Il dato di 11.000 fornito ieri dall'ineletto capo di governo si forma aggiungendo tutti i dipendenti delle consociate multinazionali del settore idrocarburi, in Italia ed all'estero. Ma non lavorano e non lavoreranno mai sulle piattaforme.


Pale ed altri sistemi, vanno impiantanti nel rispetto delle condizioni dei luoghi, dei territori e delle persone che vi abitano. Non si deve riparare una cosa (produrre energia rinnovabile) e scassarne un'altra (danni ambientali). Tutto deve esser guidato con una medesima coscienza, un unico modo di gestire corretto ed ecologico.
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Re: PERCHE' VOTARE SI AL REFERENDUM NO TRIV

Messaggio #6 da serastrof » 16/04/2016, 8:39

articolo che riassume ragioni dell'uno e altro fronte:

http://www.valigiablu.it/referendum-trivelle/
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